Democrazia e multinazionali
di Giorgio Galli

(ottobre 2017)

Trecentoottantasei imprese multinazionali hanno in mano i destini del pianeta. Le ha censite Mediobanca nel 2012. Quasi tutte (il 90% circa) hanno sede nel nord Europa e soprattutto nei Paesi di lingua inglese. Sono i Paesi nei quali si è sviluppata la democrazia. In novemila anni di storia documentata dell’umanità, la democrazia è una piccola eccezione: dura da appena quattrocento anni (dalla fondazione del Parlamento inglese) e coinvolge meno di un decimo della popolazione del pianeta, oggi stimata in sette miliardi di persone. Dunque le multinazionali sono dappertutto, ma la democrazia solo in una parte limitata, e in quella parte è in crisi.
La democrazia rappresentativa è fondata sulla divisione dei poteri; sui diritti politici e civili dei cittadini; sulle elezioni periodiche; in gran parte del mondo (Russia, India, Paesi islamici, America latina) ci si limita però a chiamare i cittadini al voto. In Cina, vero e proprio Stato-continente, nemmeno si vota. Multinazionali e stati continentali sono i dominatori del pianeta, i protagonisti della realtà nella quale i ceti politici debbono operare.
La democrazia è a repentaglio perché la maggior parte degli Stati-continente, fuori dall’area euro-nordamericana, sono democrazie solo elettorali e le multinazionali sono rette da élite autoselezionatesi e per questo non scelte democraticamente. Esse stanno svuotando il potere decisionale dei Parlamenti della democrazia rappresentativa, che non è minacciata dai populismi, ma dalla concorrenza di Stati-continente che, in Italia, comprano le nostre acciaierie (attraverso le multinazionali indiane) e persino le nostre squadre di calcio (come le società cinesi).
I populismi sono la conseguenza di queste situazioni, ottengono consensi in conseguenza delle preoccupazioni suscitate dalle dislocazioni produttive, dalla perdita di posti di lavoro, dalla convinzione che il presente è peggiore del passato e che il futuro sarà peggiore del presente.
Lo statunitense Robert Dahl, forse il maggior politologo dello scorso secolo, giunge alla convincente conclusione che la democrazia dei nostri successori non sarà comunque quella dei nostri predecessori. Da studioso, teme che potrebbe involvere in senso oligarchico, il governo dei pochi.
Come potrebbe, invece, migliorare? “È necessario – scrive Dahl – che esista una massa di cittadini bene informati, abbastanza numerosi e attivi, onde fornire una base solida al processo”. La tesi è che nelle democrazie si dovrebbe dare spazio a un “minipopulus”: un migliaio di cittadini scelti a caso tra il “demo”, il popolo, con il compito di deliberare su una certa questione per un anno circa e riferire poi le sue decisioni. I membri del “minipopulus” potrebbero incontrarsi tramite le telecomunicazioni. Questo regime di consultazione e di ascolto dei cittadini, secondo Dahl, non sarebbe sostituiva degli organi legislativi, ma fungerebbe da complemento.
Il punto cruciale è però quello dell’informazione dell’elettorato. L’estensione del suffragio universale era basata sul presupposto illuminista che l’alfabetizzazione di massa, la scuola e la stampa fossero sufficienti a creare il cittadino sufficientemente informato della cosa pubblica e voglioso di partecipare alla sua gestione attraverso il voto. Tuttavia il successivo diffondersi della radio prima e della Tv poi e infine l’universo massmediatico dominato dai big data delle multinazionali informatiche hanno, invece, creato una situazione di disinformazione diffusa, dominata dall’immediatismo e dalla manipolabilità.
Il problema è oggi quindi come controllare l’informazione, quindi le multinazionali che la gestiscono su scala planetaria. Sono loro oggi a gestire la vera ricchezza del pianeta. Falliti il modello marxista di controllo dei mezzi di produzione e quello liberale di regolamentazione delle multinazionali, l’elezione diretta a suffragio universale di almeno una parte dei consigli di amministrazione delle circa quattrocento multinazionali che decidono le sorti del pianeta appare oggi lo sviluppo più conseguente della filosofia politica democratica. Le elezioni possono funzionare anche per la selezione di quella particolare “super class” che sono le élite dei consigli di amministrazione delle multinazionali, i ricchissimi e i grandi dirigenti (cioè la tecnocrazia manageriale), i quali operano ormai “con i soldi degli altri” sul “mercato d’azzardo”. Si tratterebbe dunque di espropriare gli espropriatori, conferendo ai cittadini la possibilità di scegliere i gestori di ricchezze “delle nazioni”, come direbbe Adam Smith, frutto del lavoro dell’intera collettività.

 

 

Intervista a Giorgio Galli

di Gilberto Oneto
(apparsa su Libero, maggio 2015)

Da decenni Giorgio Galli è uno dei più puntuali, intelligenti – e implacabili – osservatori della vita politica italiana e ci ha abituati a interventi pieni di coerenza e precisione. Non si è mai fatto fuorviare da condizionamenti ideologici e ha sempre affidato l’elaborazione del suo pensiero e la produzione dei suoi scritti a una accurata documentazione e ad analisi che non temono – all’occorrenza – di rasentare la brutalità, ma che vengono puntualmente confermate dai fatti. Il suo Affari di Stato del 1991 aveva dipinto un affresco drammatico della corruzione, dei misteri e degli scandali che hanno costituito la “storia sotterranea” dei partiti politici e della società. L’anno scorso , con Storia d’Italia tra imprevisto e previsioni (Mimesis) ha fatto un aggiornato bilancio delle sue osservazioni. Oggi pubblica uno studio scientifico, politologico (ma anche psicanalitico) dove costruisce un giudizio complessivo degli avvenimenti traendo una sorta di morale. Con straordinaria chiarezza nella sua ultima pubblicazione, Il Golpe invisibile (Kaos Edizioni, 2015), racconta come la degenerazione italiana possa essere riassunta nel passaggio di potere dalla classe imprenditoriale alla borghesia finanziario-speculativa e ai ceti burocratici parassitari in un processo che è arrivato a vanificare lo stato di diritto. La trasformazione – anche antropologica – ha colpito tutti i partiti e con essi la classe dirigente, che è diventata sempre più prona alla speculazione finanziaria, dipendente dalla burocrazia pubblica e condizionata dal malaffare organizzato che in questo nuovo contesto trova ampio nutrimento. La tesi non è ovviamente del tutto nuova ma Galli riesce a descriverne i contorni con una chiarezza e una precisione quasi scientifica che non lasciano adito a dubbi e incertezze. Il professore è un giovanotto di 87 anni, pieno di energia e con una capacità di elaborazione intellettuale che fa invidia: parlare con lui è affascinante quanto leggere i suoi libri.

Domande
1. In qualche decennio – in realtà il processo è partito con l’unità italiana – la borghesia finanziario-speculativa ha soppiantato quella imprenditoriale, e i ceti burocratico-parassitari hanno scalzato dal potere quelli produttivi. Ha ragione chi semplifica dicendo che lo Stato è oggi massone e mafioso?

No. Lo Stato non è massone e mafioso. Massoneria e mafia sono soggetti politici importanti sin dal processo unitario. Ma non sono lo Stato, anche se vi sono presenti i ceti golpisti di cui parlo, peraltro con più ampio radicamento sociale. Vi sono pezzi di Stato – forze dell’ordine, militari, magistratura, settori della pubblica amministrazione – ancora permeati di cultura civica, che, come spiego nel libro, è l’insieme di valori che si contrappone al familismo amorale, l’insieme dei disvalori dei ceti parassitari.

2. Dal libro affiora solo qua e la l’idea che il scivolamento del potere abbia anche un risvolto geografico, con un crescente peso politico del Sud. Miglio che faceva un’analisi molto simile alla sua – più rudemente lui parlava di lavoratori e di parassiti, o addirittura di pidocchi – vedeva una possibile alternativa nella radicale riforma federalista dello Stato. Che ne pensa?

Il federalismo, prospettiva valida sin dal processo unitario, come intuito dal genio di Carlo Cattaneo, riaffiorato con la crisi degli anni Ottanta, è stato compromesso dalla politica ondivaga della Lega di Bossi. Ne parlavo negli anni Ottanta con Miglio, con alcune idee comuni e molte divergenti. Nel libro su “Imprevisto e previsioni” edito da Mimesis ho ricordato le giuste previsioni sull’Italia in Europa e sull’Europa. A mio avviso la proposta federalista rimane valida, ma dopo che è stata compromessa non vedo nessun soggetto politico che voglia riprenderla.

3. I liberali fautori di un mercato veramente libero sembrano uscire sempre sconfitti negli scontri con i “non produttori”. Si erano illusi sulla riforma liberale di Berlusconi e si è visto come è andata. Renzi è sicuramente peggio e in giro sembra esserci solo rassegnazione. Questo paese è proprio morto oppure c’è un progetto alternativo che possa salvarlo?

Per quanto concerne una possibile alternativa, rischiando, sono propenso alle previsioni che ci sarà, ma su Renzi sospendo il giudizio. Ascolto entusiasmi immotivati e giudizi secondo i quali rappresenta i ceti parassitari da me criticati. Per ora gestisce l’impoverimento italiano dettato dall’Unione europea (in realtà poco “unione”). Ma è un politico di talento e non escludo che se una ribellione emergesse, potrebbe interpretarla. L’alternativa non può avere, come precondizione, comunque, una possibile ribellione, dei penalizzati ceti produttivi, dei precarizzati e dei pezzi di Stato animati da cultura civica. E’ lo sbocco meno probabile della crisi italiana, ma da non escludere, per le ragioni di cui all’ultima risposta.

4. Una domanda personale: da almeno quarant’anni lei fa analisi lucide e impietose e previsioni che puntualmente si verificano. Questo fa onore alla sua capacità e onestà intellettuale ma dove trova l’energia e la serenità per continuare a cercare di allertare una comunità che sembra invece decisa a suicidarsi?

Ringrazio per gli apprezzamenti. L’energia mi deriva da una vita fortunata, nel contesto di un’ Italia (anni Cinquanta e Sessanta) che dopo i traumi del fascismo, della sconfitta e della guerra civile valorizzava la volontà di ripresa e la meritocrazia (della quale oggi si parla a sproposito). Le scienze sociali mi hanno aiutato nel processo di formazione. Avevo vissuto a Milano, da ragazzo, il terribile inverno 1944 e sembrava impossibile che pochi anni dopo si sarebbe parlato di “miracolo italiano” per il dinamismo economico. Così come, ne parlo nei miei libri, nel 1858 era imprevedibile l’unità italiana nel giro di un triennio. Dalle scienze sociali ho imparato le possibilità previsionali, ma anche il tener conto dell’imprevisto, di fattori ipotizzabili, ma imponderabili. Non il caso e non la necessità, ma probabilità, maggiori o minori. Per l’Italia: o il rassegnato impoverimento (più probabile), oppure la percezione dell’impoverimento (la Fiat in Usa, la Pirelli ai cinesi, l’Alitalia e i grattacieli di Milano agli emirati), la ribellione per evitarlo da parte dei ceti e dei pezzi di Stato di cui ho detto, un trauma politico e nuovi soggetti politici che lo interpretino.

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