4° Incontro: L’Ombra lunga del Trattato – 3 febbraio 2022 – Registrazione audio e commenti

4° incontro dedicato a “L’Ombra lunga del Trattato di Pace del 1947”, 3 febbraio 2022

Registrazione AUDIO

Interventi:

L’accordo De Gasperi – Gruber per il Trentino Alto Adige

Felice C. Besostri avvocato, costituzionalista

testimonianza: Maria Gabriella Rossi

La questione militare

Giovanni Fantasia generale divisione (r)

intervento: Mirko Molteni

L’ombra lunga del Trattato. Conclusioni

Sergio Vento ambasciatore, presidente V&Associati

Coordinamento: Vinicio Serino consigliere ISPG

Introduzione: Daniele V. Comero presidente ISPG


A 75 anni dalla firma del Trattato di Pace di Parigi, una ricorrenza storica di grande portata che non può essere ignorata, l’Istituto Studi Politici Giorgio Galli propone un ciclo di conferenze dedicate sulle conseguenze politiche e economiche sull’Italia e il Mediterraneo. Il programma del quarto incontro è stato il seguente:


Commenti pervenuti dai Partecipanti:

 

Il convegno ISPG del 3 febbraio u.s. sul tema “L’ombra lunga del trattato di pace del 1947” è stato di tale interesse da far apparire necessaria e auspicabile una prosecuzione di incontri sul tema, finalizzati a disegnare, attraverso la storia, un’immagine aggiornata del nostro paese. Appare fuor di dubbio che l’”ombra lunga “richiamata dal titolo, continua ad offuscare il quadro e condizionare sviluppi e regressi della vita del paese. Non si può dar seguito, nei limiti di un articolo, alle sollecitazioni derivanti dalle relazioni ascoltate. Troppi, su diversificati ambiti, gli stimoli alla riflessione. Credo perciò di dovermi qui limitare a poco più di un commento a margine, motivato da un mio interesse professionale, come uomo di scuola, su un tema socio-politico-educativo specifico su cui spesso mi soffermo. Mi riferisco ad una questione su cui in varie sedi periodicamente riprende il confronto, cioè quello dell’identità e dell’auto percezione identitaria del popolo italiano, spesso autolesionisticamente negata per motivi di cui dirò più avanti, al punto da sospingerci tendenzialmente, complice la forte flessione demografica, verso una paventata estinzione culturale, politica ed economica. Ed è questo solo uno fra i tanti effetti surrettizi di quell’Ombra lunga di cui al titolo, che non il solo trattato di pace ma l’insieme delle vicende precedenti, successive e derivate, tendono tuttora a proiettare sul nostro paese, con aggravanti riferibili sia alle imperfezioni originarie e funzionali della UE, sia al globalismo, apparentemente fatto più di nuovi condizionamenti che di luminose aperture planetarie. Ma dato che questo è solo un commento, mi spiego, come appunto si fa in una nota a margine, sperando di chiarire. Il nostro paese e il suo popolo un’identità ce l’hanno, un’identità plurale e ricca. Plurale, sia perché l’idea della “razza” pura è relegata ad un esecrando passato, sia perché storia e geografia hanno aggiunto flussi e influssi su un tessuto umano comunque riconoscibile per le radicate omogenee caratteristiche di fondo e le basi etnolinguistiche prevalenti, pur nelle varietà tipologiche, comprensive di presenze minoritarie. Minoranze e localismi che contrariamente a quel che si crede non sono solo specifiche di territori di frontiera, bensì retaggio dei liberi comuni, delle città-stato, di una Italia medioevale frammentata. A questa frammentazione storica l’Italia deve la sua composita ricchezza di aspetti, che l’unità nazionale deve e dovrà conservare, anche se in passato non sempre c’è riuscita e talvolta ha addirittura tentato di contrastare. L’ombra lunga del fascismo, della guerra e del dopoguerra ancora intralcia un processo che Massimo D’Azeglio sintetizzò efficacemente col motto “fatta l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani”. Quel che non poteva prevedere D’Azeglio era che farli, gli italiani, dopo una pesantissima disfatta, avrebbe richiesto un tempo ancor oggi incompiuto. Non furono solo le devastazioni belliche, ma lo sconvolgimento delle coscienze, la caduta delle illusioni, la percezione di un tradimento delle fatue mire di grandezza, il livore anche politico di un inganno patito, le assurde ostilità anti-italiane fra italiani, le contrapposizioni anche feroci della guerra civile, le vicende della Resistenza, l’Italia post-bellica divisa fra un Partito Comunista eterodiretto in gran parte da est ed una Democrazia Cristiana , e partiti contigui, che guardavano ad ovest , all’alleanza atlantica e ai suoi vincoli per un paese sconfitto che implorava aiuto a chi aveva raso al suolo, città industrie e infrastrutture. . Una forte contrapposizione politica fra italiani, gli uni contro gli altri con buona pace della ricostruzione unitaria di un popolo vagheggiata da D’Azeglio. In molti la mesta sensazione di un onore perduto, specie tra ex militari che “avevano giurato fedeltà al Re”, come diceva anche mio padre. In molti altri il rifiuto, a guerra finita, di un patriottismo strumentalizzato da un regime destinato all’autodistruzione. Ovvio quale tipo di auto percezione identitaria poteva scaturire in un contesto in cui il solo parlare di patria, di Italia o d’Italiani, richiamava un aborrito afflato nostalgico, se non un residuo ideologico fascista. Orbene come “uomo di scuola” mi sono trovato a confrontarmi, nei quarant’anni fra il 1960 e il 2000, con l’esigenza di una formazione civica dei miei alunni, ispirata alla Costituzione Repubblicana, che comportava la riscoperta di valori giuridici e politici, comuni e comunitari quali quelli che la realizzazione di una educazione alla “cittadinanza attiva” esigevano. La Costituzione e il concetto etico-politico di cittadinanza esprimevano peraltro un concetto di identità, implicito e strutturalmente costitutivo di una formazione civica per i significati fortemente inclusivi di coesione sociale , di bene comune, di pubblico interesse, di diritti e di doveri, di appartenenza solidale e organica di popolo, cultura, territorio e risorse.  Il tutto si ricomponeva in un auto-riconoscimento che rigenerava, anche con note di un ritrovato legittimo orgoglio, il collante identitario dell’essere italiani. L’identità costituiva quindi il substrato e l’anima di una appartenenza etnica, geografica e valoriale nel senso più ampio. Nel quarantennio di attività didattica sopra menzionata vari fenomeni politici e sociali influirono pro o contro questa riscoperta identitaria. Il mitizzato “68” e gli “anni di piombo”, per un verso, e poi il rinascente localismo regionalistico anche di tendenze secessionistiche, parvero muovere le coscienze verso valori opposti a quelli citati. Anche certo globalismo sovranazionale, prima, e poi antinazionale, che qui alimenterebbe un discorso di ampiezza improponibile in questa sede, coniugato con forme diverse di europeismo, riproposero discorsi anti identitari. Ricordo convegni di matrice politica in cui si cercava di ridimensionare, se non ridicolizzare, il concetto di identità italiana. Anni fa su internet trovai gli atti di un convegno sul tema dell’identità, sponsorizzato e organizzato non da un ateneo ma da una banca, e questo dato ovviamente destò la mia attenzione. Per ora necessariamente sorvolo. Per farla breve mi pare che in ogni contesto valga il “terzo principio della dinamica” per cui ad un’azione ne corrisponda un’altra uguale e contraria. Nel giro di due o tre decenni un’apparente inaspettata resipiscenza identitaria comparve nelle denominazioni di nuove formazioni di vario segno: “ Forza Italia”, “Italia dei Valori”, “Fratelli d’Italia”, “Io amo l’Italia”, “Italia viva”, “Futuro Italia”, ”Coraggio Italia”e altre in gestazione. L’abbandono di un esplicito riferimento ideologico rimarcava il richiamo all’Italia. Varie le possibili spiegazioni del fenomeno. Non escluderei una connessione col fenomeno immigratorio e con la ritrovata consapevolezza che solo una solida coscienza identitaria civile e culturale può interagire correttamente con una realtà umana “altra”. L’integrazione è un processo di confronto fra realtà umane consapevoli di sé, e non certo rappresentate da noti atteggiamenti di auto negazione di uno “per non offendere l’altro”, come avviene fra un’identità debole per conflitti ideologici interni e una realtà identitaria forte incline ad affermare la propria supremazia persino sulla comunità ospitante. Non servono ulteriori chiarimenti, presumo. Potrebbe invece servire, anche nell’esame delle conseguenze dell’Ombra lunga, una riflessione approfondita sull’evoluzione in tempi, condizioni e istanze mutate di una rinnovata e consapevole coscienza identitaria, anche in termini di politica, educazione ed etica civica.

Vittorio Zedda 

 

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